In Italia, invece, il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini punta a reintrodurre il grembiule (o direttamente la divisa) all'interno delle scuole. Con la scusa di evitare che gli studenti vadano a lezione coi vestiti griffati. Dal Corriere:
a) la divisa fin dalla giovane età è un modo classico per rendere naturale l'intruppamento. Chi indossa un'uniforme fin da piccolo, reputa appunto l'uniformità come un dato di fatto, perché gli è stato inculcato quando non aveva le risorse culturali per porsi dei dubbi.
b) se le griffes sono vanitas vanitatis, ai ragazzi deve esser dato modo di comprenderlo in modo critico. Dovrebbero cioè avere le capacità di formulare un ragionamento che metta in dubbio la necessità della "sfida" descritta dalla Gelmini. Se, invece, si impone loro un altro capo di vestiario in modo coercitivo, questo è fascismo. Anche perché pare un'ammissione: che sia preferibile ordinare piuttosto che creare generazioni preparate intellettualmente (quindi potenzialmente critiche verso il potere). Da questo punto discende che
c) l'imposizione di una divisa, di un'uniforme è un modo per schiacciare la creatività individuale. È un argomento che ormai dovrebbe essere dato: l'abito è un forte mezzo di comunicazione che rivela agli altri un aspetto di noi. Noi siamo comunicati dall'abito: è un rapporto passivo che può essere però bilanciato dalla propria personalità, che sfrutta le potenzialità del comunicatore.
Quando, però, la griffe prende il sopravvento, il fragile equilibrio si spezza. L'individuo è tale perché indossa (o non indossa) la marca. L'abito lascia al brand la comunicazione.
Essendo il brand standardizzato, non si ha più una comunicazione tra individui in parte diversi, bensì una bipartizione tra "noi" (che vestiamo la griffe) e "loro" (che non la vestono). Ecco sopraggiungere un livello primitivo di appartenenza.
La divisa non si discosta quindi molto dalla griffe. Nike od Adidas, Harvard e Yale: sono appartenenze che nascono, in effetti, da feticci: si appartiene ad un nome, ad un'idea astratta che ci opponga a qualcun altro. Abbiamo veramente bisogno di sentire l'appartenenza ad una scuola? Secondo il ministro, sì:
A me, invece, il ragionamento pare scorretto per due motivi:
in primis, per i motivi suddetti (della cui probabile grossolanità d'esposizione chiedo scusa a chi si occupa seriamente di semiotica et similia). L'appartenenza di questo genere, imposta, ha un senso pressoché fascista perché crea un fazionalismo irragionevole ed inutile, oltreché potenzialmente perniciosa.
in secundis perché, se un senso di orgoglio deve esserci, deve essere l'orgoglio di aver avuto, nel proprio istituto, una valida educazione. L'aver avuto buoni insegnanti, un ambiente stimolante dove sviluppare le proprie idee per prepararsi a ciò che verrà una volta lasciata alle spalle la porta da cui si è entrati per tanti giorni: questo è l'orgoglio che credo sia necessario. Un orgoglio che però si raggiunge tramite incentivi allo studio ed all'interesse, non tramite le divise.






